lunedì 26 gennaio 2009

Volevamo andare a Panama... e invece siamo finiti in Messico!

3 gennaio 2009

Partenza da Monkey Bay Marina, Rio Dulce, Guatemala. La giornata comincia presto al mattino quando, verso le 7, veniamo aiutati da tutti i barcaioli a spostare Damiana e ad uscire dalla marina. Ci aspettano circa 4 ore a motore per uscire dal fiume e raggiungere Livingston, il porto di uscita, dove dobbiamo ritirare il nostro ZARPE (check-out) per Bocas de Toro, Panama.


Arriviamo a Livingston verso mezzogiorno, facciamo i documenti necessari e poi ci dilunghiamo nelle ultime compere per spendere tutti i Quetzal che ci sono rimasti nel borsellino. Alle 15 siamo pronti a ripartire, cosi' Francesco salpa l'ancora mentre io sto al timone. Vogliamo raggiungere un ancoraggio vicino e passare li' la notte per poi partire presto domattina. Al tramonto buttiamo l'ancora a Cabo Tres Puntas nella baia di fronte a Livingston. E' gia' buio quando seduti in pozzetto ci godiamo un meritato mohito dopo questa giornata piena di cose da fare.

Grassetto 4 gennaio 2009

Partenza da Cabo Tres Puntas, Guatemala diretti a Panama. Ci svegliamo verso le 5.30, cosi' dopo aver smontato il battellino e sistemato le ultime cose alle 7.00 siamo pronti a partire. Il vento e' leggero (10 nodi) e visto che siamo di lasco proviamo per la prima volta ad armare il gennaker. Durante la mattinata il vento inizia a ruotare lentamente. Nel pomeriggio ci ritroviamo di bolina con il genoa costretti a fare dei bordi per risalire al largo lungo la costa del Belize e trovarci poi pronti a virare verso la punta del Nicaragua evitando le molte isole dell'Honduras.


Damiana va veloce (7-8 nodi) anche perche' nel frattempo il vento e' aumentato e verso sera abbiamo 20-25 nodi costanti e una fastidiosa onda lunga che ci fa beccheggiare non poco. Per stare tranquilli durante la notte, decidiamo di dare un paio di mani di terzaroli e arrotolare un po' il genoa, cosi' da ridurre la velocita' ed evitare di cadere dalle onde troppo bruscamente. Per cena Francesco cucina un'ottima pasta con panna, zucchine e salmone affumicato, peccato che io non la possa assaggiare: da tre giorni infatti mi porto dietro un fastidioso virus gastro-intestinale che non mi consente di mangiare nulla, uff! Cosi' mentre Francesco e Nussi si godono la cena in pozzetto io vado a letto pronta a iniziare il mio turno come sempre verso la mezzanotte. Quando inizio il turno il vento e' ormai piuttosto teso (25-30) e la bolina non e' cosi' piacevole come prima, anche perche' abbiamo dovuto stringere di piu' il vento e ora siamo a 35 gradi. Damiana corre tra le onde ed io mi sento tranquilla malgrado il turbinio, mentre cerco di combattere i dolori di stomaco a cui ovviamnente si e' aggiunto anche il mal di mare!
Verso le 4 del mattino sono pero' costretta a svegliare Francesco perche' una nave cargo mi sembra troppo vicina e infatti siamo quasi in rotta di collisione. Poco male, viriamo e un minuto dopo siamo di nuovo in rotta perfetta. Ed ecco che accade l'imprevisto. Improvvisamente il motore si accende da solo e non ne vuole sapere di spegnersi. Allora Francesco chiude la valvola del serbatoio del diesel e dopo una decina di minuti il motore si spegne. Che cosa bizzarra! Fra torna a letto ed io finisco il mio turno alle 6.30. Al motore penseremo domani.


5 gennaio 2009


Con le prime luci ci rendiamo conto di cosa e' successo al motore: corto circuito del motorino di accensione causato dall'acqua di mare entrata nel vano motore e che e' andata a bagnare proprio l'interruttore. Fra prova a vedere se e' possibile aggiustarlo, ma l'interruttore si e' completamente bruciato e infatti nella cabina di poppa c'e' un botto di fumo. In ogni caso il motore ora non si accende piu', bisogna cambiare il pezzo che si e' rovinato per via del corto circuito. Cosi' Francesco decide che il posto piu' vicino dove possiamo trovare pezzi di ricambio, o farli arrivare dagli Usa, e' Cancun, Messico. Che peccato, eravamo ormai pronti per virare verso sud in direzione del Nicaragua, ma Francesco ha ragione e poi ci serve il motore in perfette condizioni per passare il canale di Panama. Cosi' continuiamo in direzione nord lungo la costa del Belize, al largo, sempre di bolina a 35 gradi con 20-25 nodi e le solite ondone panciute. La nostra destinazione ora e' Isla Mujeres, proprio di fronte alla citta' di Cancun. La giornata passa veloce con il vento in faccia e 7-8 nodi di velocita'.


Per cena Nussi prepara delle patate bollite, che riesco finalmente a tenere nello stomaco. Nella notte soliti turni e una miriade di stelle cadenti e navi cargo da schivare.



6 gennaio 2009


Alle 6 quando finisco il turno la giornata si preannuncia buona con vento piu' moderato (10-12 nodi) e una bolina piu' larga (60 gradi). Cosi' mi godo un panino al formaggio per colazione con uno slendido sole.


Ora pero' abbiamo un altro problema: stiamo andando troppo veloci, se continuiamo cosi' saremo all'Isla Mujeres nel bel mezzo della notte! Cosi' io e Fra proviamo di tutto, terzaroliamo il piu' possibile, riduciamo la vela di prua, ma niente. Damiana non scende sotto i 6-7 nodi. Durante la notte il vento aumenta fino a 25-27 nodi cosi' siamo costretti a metterci alla cappa per qualche ora se no rischiamo di andare a sbattere contro l'isola! Passo tutto il mio turno alla cappa, aspettando le prime luci per rimettere Damiana in rotta.



7 gennaio 2009


Arriviamo in vista dell'isla Mujeres verso le 9 del mattino. Il vento e' leggero e siamo al lasco, ma senza motore! Cosi' dopo aver chiamato via radio per un tot di volte la Capitania De Puerto, finalmente vediamo arrivare un motoscafozzo addetto al recupero in mare che ci traina fino dentro al porto dove buttiamo l'ancora.


L'ufficiale della Capitania consente ad un solo membro dell'equipaggio di scendere a terra per fare i documenti e Francesco mi spedisce immediatamente sul motoscafo non volendo avere niente a che fare con le questioni burocratiche dicendo "tu parli meglio lo spagnolo, quindi vai tu!" Cosi' mi ritrovo a terra, nell'ufficio della Capitania con ancora addosso i guanti da barca e con tutti i vestiti macchiati di sale... come mi sento fuori posto di fronte a questi ufficiali eleganti ed immacolati. Loro pero' sembrano capire il mio imbarazzo e si divertono a parlare con me spiegandomi la procedura ed aiutandomi a compilare i moduli. La prima tappa e' all'uffico di sanita' internazionale dove, per evitare un'ispezione della barca, mi faccio visitare da questo giovane dottorino adducendo alcuni postumi di quel virus intestinale. In un quarto d'ora ho il mio modulo firmato e non saremo costretti a buttare tutta la frutta e verdura comprata in Guatemala, meno male! Purtroppo l'addetta all'Immigrazione non c'e' e cosi' mi dicono di aspettare qualche ora. Alle 4 del pomeriggio ancora non si vede nessuno, cosi' decido che tornero' domani, anche perche' nel frattempo sta diluviando e le strade di questa minuscola isola sono diventate dei fiumi in piena regola. Chiamo Fra con il mio VHF portatile e una decina di minuti piu' tardi lo vedo arrivare con il battellino. Ho comprato peperoncini habanero e birrette gelate per tutti, cosi' festeggiamo l'arrivo e la documentazione a meta' seduti in pozzetto di fronte ad uno splendido tramonto.





8 gennaio 2009


Alle 9 Francesco mi accompagna a terra con il battellino, cosi' che possa terminare le pratiche di ingresso. Per fortuna stamattina la Migration e' aperta e cosi' dopo aver firmato una quantita' assurda di moduli e pagato i visti alla banca, posso finalmente tornare alla Capitania per il permesso di navigazione. Ora posso chiamare Francesco e Nussi via radio per farli scendere a terra! Passiamo il resto della mattinata in giro per l'isola che e' piena di turisti e negozietti di souvenir. Facciamo la spesa e nel pomeriggio ci trasferiamo alla Marina Paraiso dove staremo per il prossimo mese, fino a che Nussi tornera' in Italia e noi saremo (spero) pronti a ripartire con il motore funzionante.

Quando mi sento triste per questa sosta obbligata penso che la vita dei cruisers e' anche questa: far manutenzione alla barca in luoghi "esotici", parlare con la gente, impazzire per la burocrazia e apprezzare quello che ci circonda ogni giorno. In attesa di riprendere il mare potremo ultimare le migliorie a Damiana e visitare le zone archeologiche maya dello Yucatan... col pensiero all'immensita' che sta la' fuori e ci sta aspettando.

martedì 13 gennaio 2009

Copan (Honduras)

A pochi chilometri dal confine sud-est del Guatemala si trova la graziosa cittadina di Copan, in Honduras, che sorge proprio accanto alle rovine maya. Da Rio Dulce abbiamo preso un autobus diretto fino al punto di confine chiamato El Florido (6-7 ore circa) e poi da qui si prosegue con un piccolo van dopo aver sbrigato le formalita' di ingresso alla Migration hondurena.
Le rovine archeologiche di Copan sono considerate alcune tra le piu' interessanti del Centro America vista la presenza di moltissime iscrizioni e vista anche la portata dei ritrovamenti. Il parco archeologico non e' molto vasto, certo meno spettacolare di Tikal, ma in un certo senso forse piu' affascinante. Si tratta di poche strutture in parte ricostruite che rappresentavano il centro politico, culturale e religioso della comunita'. Cosi' qui troviamo un minuscolo campo per il gioco della pelota, il palazzo del re, uno stadio con gradinate per le adunate militari e civili e la spettacolare scalinata geroglifica che portava al tempio sede della classe sacerdotale. Ecco qui sotto il campo per il gioco della pelota e la scalinata con le iscrizioni coperta da un ampio telone per proteggerla dalla pioggia:




Il parco e' ben tenuto e passeggiare in mezzo alle rovine e' assolutamente rilassante cosi' come scalare le piramidi e godersi la vista dall'alto, proprio come avranno fatto a loro tempo i re della comunita'. Questa infatti fu una delle aree maya piu' attive fino al 1200 circa, secolo in cui la zona venne a poco a poco abbandonata a causa dell'eccessivo sfruttamento agricolo e delle continue inondazioni dovute all'erosione della valle. Nel 1576 Diego Garcia de Palacios al servizio della corona di Spagna riporto' di aver viaggiato attraverso la regione e di aver visto le rovine, ma queste rimasero sepolte nella giungla fino al 1839 anno in cui una spedizione di archeologi americani inizio' ad interessarsene.

Uno dei "pezzi forti" e' sicuramente l'altare Q, o altare dei 16 sovrani di Copan: si tratta di un blocco rettangolare di pietra sui cui lati sono scolpite 16 figure, quattro per ogni lato. Una delle prime ipotesi nell'interpretazione porto' a credere che le figure rappresentassero una riunione dei 16 migliori astronomi maya venuti a Copan da molto lontano per osservare un qualche fenomeno celeste. Piu' recentemente invece gli archeologi hanno pensato che le 16 figure in realta' stiano a rapppresentare i 16 sovrani di Copan, ipotesi confermata poi anche da altre fonti figurative. Qui sotto un particolare dell'altare:


Come a Tikal anche qui e' difficile contenere l'esplosiva natura della foresta pluviale e cosi' splendidi alberi crescono proprio sopra alle rovine creando scorci spettacolari.



Accanto al parco archeologico si trova anche un museo dove vengono conservate sculture, bassorilievi e alcune spettacolari strutture sepolcrali e abitative. A pochi chilometri da queste rovine sono state ritrovate infatti decine di tombe anche monumentali ricostruite per intero all'interno del museo.
Dopo aver passato l'intera mattinata alle rovine (anche se per una come me non sarebbe stata sufficiente una settimana...) abbiamo deciso di visitare un piccolo allevamento di farfalle. All'interno di una grande serra con le pareti di garza e zanzariera abbiamo potuto osservare da vicino decine di differenti tipi di farfalle, un'esperienza davvero pazzesca!







A qualche chilometro di distanza dall'allevamento di farfalle si trova un centro specializzato per la cura e l'aiuto degli uccelli tropicali, cosi' dopo una breve corsa su uno dei buffi taxi locali chiamati tuk tuk, niente meno che delle piccole ape car rosse, ci troviamo di nuovo immersi nella foresta tra una miriade di pappagalli e tucani. Peccato pero' che alcuni siano costretti nelle voliere.



Alla fine del giro e' possibile prendere confidenza con i volatili... eccone un esempio pratico! Aggiungo che tutti noi ci siamo sottoposti a tale "esposizione" e che uno dei tre pennuti e' riuscito persino a farmi un buco nella giacca con il suo becco aguzzo... chissa' probabilmente cercava del cibo!


Ed ecco per ultimo il nostro preferito, e' cosi' buffo con quel becco sproporzionato! Pero' anche molto tranquillo, tanto che si e' lasciato avvicinare senza paura per farsi fare un vero servizio fotografico! Bello il tucano, eh?

mercoledì 24 dicembre 2008

Guatemala mon amour

L'impatto con questo Paese non e' sicuramente dei piu' facili. All'inizio mi sentivo disorientata, come impaurita da questo luogo cosi' diverso dal Messico dove ormai ci eravamo "quasi" stabiliti. Cosi' quando e' arrivato il momento di andare a prendere Nussi all'aeroporto di Guatemala City abbiamo pensato di cogliere l'occasione per conoscere un po' l'interno e la sua storia.

Guatemala City e' un mostro di traffico, smog e poverta' dove le case hanno inferriate ad ogni finestra e le terrazze sono recintate da filo spinato. L'unica zona dove si puo' alloggiare senza troppi problemi di ruberie e' la zona 9-10, il quartiere dove sorgono i grandi alberghi e i centri commerciali. Le strade sono strette e ovunque si vedono passare motorette, automobili, carretti dei gelati, carri trainati da muli, ragazze che portano sulla testa grandi ceste colme di comida o frutta... Sicuramente l'energia di questa citta' e' incredibile, cosi' terribile e cosi' affascinante allo stesso tempo. Il contrasto tra i quarieri ricchi e los suburbios fatiscenti e' cosi' stridente che spesso fa male anche solo guardar fuori dal finestrino del taxi. Dopo una notte a Guatemala City abbiamo deciso di trasferirci a La Antigua Guatemala, o solo Antigua come la chiamano tutti, ovvero la antica capitale che dista piu' o meno 45 Km.
Antigua e' una citta' singolare: fondata nel XVI sec. da colonizzatori spagnoli, venne abbandonata in seguito al devastante terremoto del 1773 che la rase al suolo. Circondata da tre imponenti vulcani attivi, Antigua e' diventata ora uno dei principali centri turistici del Paese.




L'antica citta' distrutta dal terremoto sopravvive accanto ai nuovi edifici, cosi' camminando per le strade di ciottoli si passa accanto a splendide cattedrali diroccate e monasteri mezzi crollati: sembra quasi di trovarsi all'interno di un set cinematografico piuttosto che in una minuscola cittadina nel bel mezzo del Guatemala!



L'atmosfera qui e' davvero rilassata. Pur essendo quasi esclusivamente una citta' votata al turismo, Antigua riesce a mantenere una sua propria originalita' e il fervore culturale della popolazione giovanile si fa sentire forte. Ogni sera ci sono spettacoli e concerti tra le rovine illuminate e rassegne cinematografiche internazionali.

Per non parlare poi della moltitudine di chiese sopravvissute (in parte) ai vari terremoti dove i riti cristiani si mescolano alle antiche tradizioni religiose maya in un sincretismo colorato ed estremamente interessante per noi che arriviamo da un mondo cosi' distante in tutti i sensi.



Da Antigua in circa 4-5 ore di autobus si arriva al lago Atitlan, un grande specchio d'acqua cristallina che sorge proprio nel cratere di un vulcano ed e' circondato a sua volta da altri vulcani piu' o meno attivi. Il viaggio per raggiungerlo e' lungo ed emozionante visto che le strade spesso non sono in buone condizioni e soprattutto l'orografia del Paese non consente lunghi tragitti pianeggianti. Cosi' siamo passati attraverso campi di mais e carote, colline scoscese coltivate diligentemente fino a sfidare la gravita' e a una miriade di piccoli villaggi dove le tradizioni maya sopravvivono senza difficolta' grazie all'ancora relativo isolamento in cui si trovano questi luoghi.



Atitlan e' meraviglioso. Per pochi Quetzal (la valuta guatemalteca) si puo' prendere una lancia e farsi accompagnare nei vari paesini che sorgono sulle rive del lago. Da Panajachel in una mezz'ora si arriva a San Pedro la Laguna e poi con un piccolo traghetto si puo' raggiungere Santiago Atitlan.


Quest'area e' anche l'area in cui si venera il Maximon (si pronuncia Ma-sci-mon): questa divinita' e' probabilmente nata da una commistione tra la figura di Pedro de Alvarado, conquistatore del Guatemala e la figura biblica di Giuda. A Santiago Atitlan abbiamo avuto la possibilita' di incontrare il Maximon e, dopo la dovuta offerta, ho potuto scattare anche una foto. Eccolo per voi:

Il Maximon e' una figura di legno vestita con drappi colorati che sta sempre a fumare un grosso sigaro. Per questo gradisce offerte di sigarette, sigari e rhum! Accanto al Maximon altre figure di Santi di sicura ispirazione cristiana lo accompagnano e lo proteggono. I locali bruciano incensi profumati e mantengono un fuoco acceso per lui recitando infinite preghiere in una lingua sconosciuta. La tradizione vuole che il Maximon qui ad Atitlan "si sposti" da un villaggio all'altro per mantenere un equilibrio nel potere delle forze divine e per essere onorato equamente da tutti gli abitanti della zona.

Il lago con i suoi vulcani e' uno spettacolo maestoso, penso che sarei potuta restare un'intera giornata in sua contemplazione. L'atmosfera qui e' cosi' pacifica e tranquilla e l'aria di montagna rende tutto cosi' pulito, i vulcani infatti sono quasi tutti al di sopra dei 3000 metri di altezza.



Altro luogo da non perdere e' Chichicastenango nel giorno del mercato. Chichi e' una citta' strana e affascinante. Per arrivarci il viaggio da Antigua porta via quasi 6 ore, ma solo perche' la strada e' in ristrutturazione e praticamente si percorrono decine di chilometri lungo un cantiere a cielo aperto. Il mercato di Chichi e' quanto di piu' confuso e colorato si possa immaginare... qui si trova di tutto tra le centinaia di bancarelle fittissime. Qui sotto luna foto della scalinata della chiesa di Santo Tomas: i rituali maya si sono intrecciati con la religione portata dai conquistadores e all'interno della chiesa decine di persone spargono fiori colorati sul pavimento e accendono candele per gli antenati che credono siano sepolti proprio li' sotto.

L'atmosfera del mercato e' piena di energia e bisogna lottare con ogni venditore che cerca di portare a casa la giornata. Qui e' d'obbligo la contrattazione anche per pochi quetzal, cosi' dopo qualche ora trascorsa alla ricerca di qualche buon affare ci trasferiamo nella sezione del mercato coperto, dove si vende soprattutto frutta e verdura.




Il mercato di Chichi e' stata un'esperienza meravigliosa. Ancora adesso quando ci ripenso, gli occhi mi si riempiono di colori! In effetti tutto quello che ho potuto vedere in Guatemala mi ha estremamente entusiasmata. Superate le difficolta' iniziali, questo Paese mi ha conquistata con i suoi colori, i suoi rituali antichi e la riservata allegria della sua gente. Senza dubbio uno dei luoghi piu' affascinanti che abbia mai visitato fino ad ora e dove spero di tornare un giorno non troppo lontano.

sabato 23 agosto 2008

Tikal

Eccoci qui, appena rientrati da questo mini-viaggio verso nord, nello Stato guatemalteco di Petén. Prima di tutto vi posto una mappetta del Guatemala, tanto per renderci conto di cosa stiamo parlando.


Siamo partiti tre giorni fa da Rio Dulce con uno scassatissimo autobus della linea Fuente del Norte che dopo quasi cinque ore ci ha scaricato stanchi ed accaldati nella confusa cittadina di Santa Elena. Il viaggio è stato a dir poco un incubo: dopo essere arrivato alla fermata con 40 minuti di ritardo (ma questo è nulla qui in Guatemala) abbiamo scoperto che i posti a sedere erano tutti occupati, così non ci è rimasto altro da fare che accomodarci in piedi nel corridoio centrale ammassati con altri sfortunati giovani europei e altrettanti guatemaltechi dall'aria rassegnata. L'autista poi, forse pensava di poter recuperare il ritardo schiacciando l'acceleratore... in un paio di occasioni ce la siam vista bruttina anche perchè le strade son quello che sono, ma per fortuna alla fine grazie ad un abbondante uso dei freni tutto è andato per il meglio. E che esperienza! Questo ci ha permesso di entrare più a stretto contatto con i guatemaltechi che, dopo più di un anno trascorso in Messico, ci sembrano timidi e silenziosi, tanto che quando parlano si fa fatica a sentire quello che dicono.

Appena arrivati a Santa Elena abbiamo trovato un piccolo minibus collettivo per El Remate, un delizioso paesino sulle rive del lago Petén Itza a circa 30 km dal parco archeologico di Tikal. Qui si trovano parecchie botteghe dove gli artigiani locali lavorano il legno ed è possibile vederli all'opera e, ovviamente, acquistare le loro creazioni. Quando arriviamo a El Remate è ormai pomeriggio inoltrato, così dopo un breve giretto esplorativo decidiamo di andare a riposare un po', domattina si parte presto per Tikal.


Alle 5.30 del mattino il nostro autobus ci sta aspettando di fronte al piccolo hotel dove abbiamo passato la notte; è carico di turisti ovviamente, ma non tutti americani come al solito, oggi abbiamo una coppia di francesi e una coppia di giovani backpackers danesi che era con noi ieri sull'affollatissimo bus. Dopo una mezz'ora di strada siamo all'ingresso del Parco Archeologico di Tikal, l'unico sito Maya del Guatemala ad essere completamente immerso nella giungla. Il complesso occupa un'area vastissima (circa 500 chilometri quadrati) ed è costituito da migliaia di strutture separate tra loro. Sembra inoltre che la parte ad ora visibile sia remotissima, confrontata a quanto ancora ci sarebbe da scavare.


I Maya si stabilirono in questa zona intorno al 700 a.C. e la città di Tikal fu attiva fino al 900 d.C. circa, anche se le cause del collasso della civiltà rimangono tutt'ora misteriose. L'ipotesi più probabile sembra essere quella di un problema di tipo climatico-ambientale dovuto a lunghi periodi di siccità che avrebbero impoverito i raccolti e portato ad un deperimento generale delle condizioni di vita. I Maya infatti avevano disboscato completamente l'area circostante dove coltivavano immensi campi di mais, alimento principale della dieta di oggi come di allora in questo Paese.
Gli Itza che occuparono parte della zona intorno al 1200 erano a conoscenza della città di Tikal e anche alcuni diari di missionari spagnoli giunti fin qui intorno al 1530 parlano di strutture di pietra nascoste dalla giungla. Solo nel 1848 però il governo del Guatemala decise di inviare una spedizione per la riscoperta del sito, seguito poi da archeologi svizzeri ed inglesi. Nel '900 il sito passò sotto la soprintendenza dell'Università della Pennsylvania e nel 1979 fu dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco.

Per visitare l'intero complesso di rovine è necessario camminare per una decina di chilometri e salire sulla cima dei templi richiede un po' d'attenzione visto che le scalette di legno installate per facilitare l'ascesa sono poste quasi in verticale, ma è soprattutto la discesa a dare dei problemi a chi, come me, soffre di vertigini, brrr...


Iniziamo la nostra giornata visitando quella che viene chiamata la "Gran Plaza". Qui sorgono due templi (numero I e II) costruiti verso la fine del 700 d.C. e un'acropoli le cui strutture più antiche risalgono al 400 a.C. I Maya continuarono a costruire nuovi edifici sopra quelli già esistenti, così abbiamo molteplici strati e molteplici sepolture di diverse epoche.



La foto qui sopra è stata scattata dalla cima del tempio II, alto 38 metri, che si trova esattamente di fronte a quello che si vede, ossia il numero I (44 metri); al centro la Gran Plaza con le steli commemorative dei re Maya e sulla sinistra l'acropoli. Il tempio numero I è attualemente chiuso al pubblico in seguito alla morte di alcuni turisti scivolati malamente dalle sue scale. Certo è che noi abbiamo visto persone avventurarsi sulla cima dei templi con le infradito ai piedi... ma dico io, un paio di scarpe da ginnastica, no? Non si pretende mica l'attrezzatura completa da alpinismo, ma un minimo di buonsenso almeno!


L'atmosfera dalla cima del tempio II è davvero pazzesca. Non sono nemmeno le 7 del mattino, tutto è immerso nella nebbia e il parco è ancora relativamente deserto, così possiamo goderci un tranquillo risveglio.
Da qui ci incamminiamo verso il tempio IV, che vediamo spuntare dalla vegetazione tropicale, ma visto che è in ristrutturazione, decidiamo di non salire, anche perchè diversi gruppi di turisti chiassosi ci precedono e non vogliamo rovinarci la visita al parco aspettando in fila. E meno male che siamo in bassa stagione... chissà come dev'essere questo posto in ottobre-novembre!



Da qui passiamo nella zona sud del parco, dove si trova El Mundo Perdido, un'area che comprende 38 strutture di epoca differente costruite intorno ad una piramide centrale. Francesco decide di aspettarmi sotto una palma, mentre io mi arrampico su per i ripidi scalini.


Ed eccoci finalmente arrivati al pezzo forte: il tempio V, il più alto di tutte le strutture presenti nel parco (58m.), dalla cima del quale è possibile vedere gli altri templi che spuntano dagli alberi. La salita è piuttosto faticosa, un centinaio di gradini in verticale, ma ne vale sicuramenete la pena.

Questo tempio è unico nel suo genere per via della struttura con gli angoli arrotondati e la stanza cerimoniale presente sulla cima è davvero molto piccola (meno di 1 metro di lato) se si pensa che i muri esterni invece hanno uno spessore di quasi 5 metri!
Questa la vista dalla cima del tempio V:



Ultima tappa della nostra giornata a Tikal è il tempio VI, l'unico in questo complesso ad avere delle iscrizioni. Per raggiungerlo è necessario camminare una ventina di minuti, ma la passeggiata è piacevole all'ombra della foltissima vegetazione. Visto che è così isolato non incontriamo nessuno e quasi non ci sembra vero quando lo vediamo spuntare da dietro gli alberi.


Questa una delle iscrizioni ritrovate sulle steli del tempio:


Quando usciamo dal parco sono quasi le 12, così dopo aver visitato uno dei due piccoli musei che espongono manufatti ritrovati all'interno degli scavi, decidiamo di prendere un bus e dirigerci a Flores, una minuscola città sorta su un'isola del lago Petén Itza. Flores è davvero graziosa e, anche se estremamente votata al turismo, camminare per i suoi stretti vicoli tra negozietti di souvenirs e ristorantini ci rende allegri, malgrado il caldo soffocante.




Per il viaggio di ritorno decidiamo di investire 6 euro in più e prendere l'autobus di lusso, così possiamo avere l'aria condizionata e soprattutto un posto a sedere riservato. Ecco un paio di foto scattate durante il tragitto verso Rio Dulce:



Ora siamo tornati alla barca e penso che passeremo la prossima settimana lavorando su Damiana e preparandola per il rimessaggio, visto che dovrà restare qui da sola per un po'. I lavori da completare sono ancora parecchi, ma magari ne parliamo nello specifico in un altro post, per il momento è tutto, un abbraccio e a presto

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