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martedì 9 febbraio 2010

Desde el Sur hacia el Norte #1: Ciudad de Oaxaca y Monte Alban


27 gennaio 2010

Alle 11 siamo all'aeroporto di Huatulco per ritirare l'auto a noleggio che abbiamo prenotato via internet: come ci aspettavamo dal prezzo, si tratta di una piccola utilitaria piuttosto scassata, vabbe', l'importante e' che il motore sia a posto e che non ci abbandoni a mezza via.
Partiamo subito tutti allegri e, senza difficolta', troviamo le indicazioni per la statale 175 che ci portera' dritti alla citta' di Oaxaca nell'interno a circa 250 Km dalla costa. La strada e' stretta e fitta di curve, ma per fortuna e' stata recentemente ri-asfaltata, cosi', inerpicarsi su per la Sierra Madre del Sur si rivela piu' semplice del previsto. Passiamo attraverso minuscoli paesini dalle case di fango e lamiera nascoste all'ombra dei pini: la vegetazione ci ricorda paesaggi piu' simili alle nostre Alpi piuttosto che a quelli che ci immagineremmo a latitudini tropicali, ma poi controllando l'altimetro ci accorgiamo di essere saliti in fretta oltre i 2000 metri! Il traffico e' scarso, o meglio, quasi inesistente, raramente incontriamo altre vetture, piu' spesso invece Francesco e' costretto a manovre impreviste da gruppi di asinelli o di capre che ci sorprendono in mezzo alla strada.


Senza fretta proseguiamo con cautela e la Sierra ci appare infinita all'orizzonte, con le sue vette e i suoi altopiani. A bordo strada, decine di bancarelle espongono meravigliosi fiori e montagne di zucche giganti, ma non c'e' traccia dei venditori, non si vede proprio nessuno. Nelle brevi soste, il silenzio e' surreale, l'aria limpida e fresca... ci voleva proprio dopo il gran caldo delle ultime settimane!


Improvvisamente poi, iniziamo a scendere, le curve si fanno sempre piu' strette e in lontananza scorgiamo un enorme altopiano desertico costellato di cactus e pietraie a perdita d'occhio. La statale 175 ora e' diventata una comoda superstrada con due ampie corsie e in meno di un'ora percorriamo gli ultimi 80 Km che ci separano da Oaxaca.

Il traffico si fa piu' intenso man mano che ci avviciniamo alla citta'. Le indicazioni stradali diventano confuse e contraddittorie, ma riusciamo bene o male ad imboccare una traversa che ci porta nel centro storico. Facciamo qualche giretto in auto cercando un hotelino dove passare la notte, cosi' dopo esserci informati sui prezzi, scegliamo un alberghetto poco distante dallo Zocalo (la piazza centrale) per 300 pesos (circa 16 euro).

E' ormai quasi il tramonto, cosi' decidiamo di uscire subito per visitare il centro e assaggiare la famosa cucina oaxaquena. Sorta su un antico insediamento zapoteco prima ed azteco poi, la citta' di Oaxaca fu ricostruita dagli Spagnoli in seguito al loro arrivo nel 1521 e presto divento' il centro piu' importante del sud del Messico. Nel XVIII secolo l'importanza della citta' crebbe ancora grazie all'esportazione della cocciniglia dalla quale si ricavano coloranti naturali e grazie alla produzione tessile tutt'ora decisamente attiva. Camminando tra le vie affollate di gente e i molti turisti, l'atmosfera rilassata ci ricorda la citta' di Antigua in Guatemala, in effetti si somigliano proprio! Fa anche freschino, sara' perche' siamo a 1500 metri d'altezza, non ci sembra vero di poter indossare un maglione!



Incuriositi dai molti racconti gastronomici che abbiamo sentito da altri barcaioli, decidiamo di provare le specialita' locali, cosi' per una volta "facciamo i turisti" e ceniamo in uno dei molti ristorantini che circondano lo Zocalo scegliendo un piatto che ci consenta di conoscere buona parte dei manicaretti tipici.


Lo Stato di Oaxaca infatti e' anche chiamato tierra de los 7 mole, tra cui il piu' famoso mole negro e altre varieta' come il mole alle mandorle o quello verde piccante, senza contare che Oaxaca e' anche la patria del Mezcal. Per cena assaggiamo il tasajo (fettine di carne di manzo battuta in una salsa speziata), le memelas (piccole spesse tortillas ricoperte di formaggio e fagioli) e il famoso quesillo oaxaqueno (formaggio filato in strisce).


28 gennaio 2010

Al mattino presto pensiamo sia una buona idea prendere l'auto e andare a visitare le rovine archeologiche di Monte Alban, distanti solo 9 Km dalla citta'. Cosi' dopo esserci persi nei quartieri poveri inerpicati su per le colline seguendo le indicazioni stradali, la carretera piena di buche ci porta a destinazione.


Monte Alban ospita un complesso di edifici pre-colombiani considerato il piu' antico di tutto il Centro America: il primo insediamento cosi' come l'inizio della costruzione di alcune piramidi infatti risale al 500 a.C.
Situato a 1900 metri d'altezza Monte Alban ospitava l'antica capitale Zapoteca, il sito venne scelto senza dubbio per le sua posizione strategica da cui si domina l'intera vallata.


Il periodo di fioritura viene stimato tra il 300 e il 700 d.C., quando la popolazione raggiunse la considerevole cifra di 25 mila unita' e il centro cerimoniale e politico di Monte Alban conobbe la sua massima espansione.
Visitare questo complesso e' davvero piacevole: al mattino presto (i cancelli aprono alle 8, il costo del biglietto e' di 51 pesos a testa, circa 3 euro) passeggiare nella Gran Plaza tra le piramidi in completa solitudine nel silenzio, lontani dal traffico della citta' e' molto rilassante e passiamo quasi un'ora in cima alla Plataforma Sur, la piramide piu' alta, osservando il paesaggio da lassu'.



Questo e' anche uno dei luoghi dove sono state ritrovate le prime tracce di scrittura ieroglifica, comune poi a tutti i popoli della Mesoamerica. Qui sotto i Danzantes, una serie di stele con rappresentazioni di figure maschili in pose differenti, con la bocca aperta e gli occhi chiusi, come se danzassero appunto. L'ipotesi piu' accreditata sembra riconoscere in esse la raffigurazione di nemici sconfitti in battaglia dai reggenti zapotechi di Monte Alban.


Questo invece e' il palazzo dell'Osservatorio, da dove si pensa che i sacerdoti astronomi calcolassero date cerimoniali basandosi sul movimento degli astri e dei pianeti.


La struttura ospita anche un piccolo delizioso museo dove sono esposti alcuni dei ritrovamenti piu' significativi degli scavi di Monte Alban.


Verso mezzogiorno torniamo ad Oaxaca e decidiamo di fare un giro al mercato coperto dove sicuramente potremo trovare un "lurido" in cui mangiare tra le molte loncherias a gestione famigliare.



Oaxaca e' anche il posto giusto se si vogliono provare le chapulines, ovvero cavallette fritte e speziate, che vengono servite come botanas (stuzzichini) quando si prende un aperitivo per cosi' dire. E il mercato e' pieno di enormi cesti che vendono chapulines di ogni tipo, cosi' anche noi ieri sera a cena le abbiamo assaggiate malgrado lo scetticismo di Francesco! E a me son pure piaciute!


Per pranzo oggi ci prendiamo una bella tamale oaxaquena (una sorta di fettona di polenta di farina di mais ripiena di pollo in mole verde e conservata dentro ad una foglia di banano)...

...e una bella tlayuda, ovvero una grande tortilla croccante ricoperta di fagioli, verdura, diversi tipi di carne e quesillo, chiamata anche la pizza oaxaquena! Buo-nis-si-me!!!


Nel pomeriggio ci attende la Iglesia di Santo Domingo con il Museo della Cultura di Oaxaca allestito nel monastero adiacente la chiesa, un gioiello anti-sismico costruito tra 1570 e 1608 con pietre di uno spessore eccezionale, proprio per resistere ai molti terremoti che martoriano la zona.



All'interno del monastero mi perdo nella grande biblioteca con annesso archivio... peccato che i volumi siano (giustamente) non consultabili, certo passare qualche ora dando un'occhiata agli antichi tomi non mi sarebbe dispiaciuto affatto.



Dopo aver passato quasi quattro ore dentro l'immenso e interessante museo, ormai non ci rimane piu' tempo per visitare il giardino botanico e un altro paio di chiese consigliate dalla guida, vabbe', sara' per la prossima volta. Ci infiliamo in un ristorantino di pescado y mariscos, che sembra molto popolare tra i locali... ci sorge il dubbio che cio' sia dovuto alla promozione serale della cerveza 3x1, ovvero ne paghi una e ti portano tre birrette!
La giornata e' stata intensa, pensiamo sia meglio lasciare la scoperta della vita notturna di Oaxaca per un'altra volta. Torniamo in albergo e con questo meraviglioso freschino ci addormentiamo subito sotto le coperte, domani vogliamo essere in forma: inizia il viaggio verso nord!

martedì 12 gennaio 2010

Puerto Chiapas... e dintorni!

Carissimi,

ci troviamo quasi pronti a lasciare il Chiapas, grazie anche al bollettino meteo che ci regala una tregua nel Golfo di Tehuantepec per questo fine settimana, cosi' potremo finalmente percorrere le 200 m/n che ci separano da Huatulco, nostra prossima destinazione.
E cosi' sta per terminare anche questo scalo d'emergenza, ma tanto piacevole che restera' nei ricordi come una delle soste da non perdere nel sud del Messico.

Puerto Chiapas, nei portolani chiamato con il vecchio nome di Puerto Madero, e' un porto artificiale, costruito negli ultimi decenni dell'800 per cercare di sviluppare il trasporto e l'esportazione del caffe' per via marittima, senza troppa fortuna. Il porto infatti non conobbe ulteriore sviluppo nel corso del XX secolo e sulle mappe nautiche e' segnalato come un luogo tranquillo, assopito tra le sue comunita´di pescatori e la base navale della Marina Messicana.
In realta´ negli ultimi anni Puerto Chiapas, grazie ad un cospicuo investimento del Governo, ha ottenuto un grande progetto di restaurazione culminato con l'inaugaurazione del nuovo molo per le navi da crociera nel 2006. Noi non ne sapevamo nulla, perche' le nostre guide non sono aggiornate... potete immaginarvi la sorpresa quando un mattino ci siamo visti apparire questi due "mostri"!


Certo questa faccenda delle navi da crociera sta sicuramente aiutando l'economia locale e gli abitanti del luogo sembrano davvero felici di accogliere i turisti, anche se raramente riescono ad incontrarli, visto che l'area loro riservata e' off limits per i non addetti e non scherzano davvero con la security! Un giorno siamo scesi a terra sul molo dei cruzeros per chiedere una sessantina di litri d'acqua all'autorita´portuale e, per fare a piedi 100 metri, siamo stati scortati e tutte le guardie hanno dovuto scrivere i nostri nomi sul loro rapporto... insomma, per due taniche d'acqua abbiamo perso tutta la mattinata!


Puerto Chiapas rimane comunque la destinazione balneare preferita dagli abitanti dei dintorni che durante il periodo delle festivita´natalizie si sono riversati tutti qui per mangiare mariscos nei molti ristorantini sul mare e per passare qualche giorno di vacanza.





E anche noi non abbiamo certo rinunciato all'opportunita' di assaggiare le specialita' locali! Abbiamo per cosi' dire "adottato" uno dei ristorantini, ovvero il numero 28 EL PELICANO, da quando lo abbiamo provato ci andiamo sempre e durante il giorno lasciamo la' il nostro dinghy, cosi' che non rimanga proprio abbandonato sulla spiaggia, se no al nostro rientro lo trovavamo sempre pieno di basura!

Abbiamo colto l'occasione anche per fare un po' i turisti. Spesso siamo andati a Tapachula, distante solo 28 Km, citta' dove in realta' eravamo gia' passati qualche tempo fa durante il nostro viaggio in autobus attraverso il Messico, ma che non avevamo avuto tempo di conoscere ed apprezzare a pieno! Tapachula chiamata anche la "perla del Soconusco" dal nome dell'omonima regione e' una citta' di confine caotica e piena di energia, che solo recentemente ha conosciuto uno sviluppo turistico, sempre grazie all'arrivo dei cruzeros. Dalle navi infatti, le centinaia di passeggeri vengono trasferiti in citta' con decine di pullman e scortati a conoscere il centro. Da vedere in realta' c'e' poco o nulla, a parte la piazza centrale e il mercato
brulicante di ogni tipo di mercanzia, l'unica attrazione diciamo cosi' storico-culturale e' il museo antropologico, che e' piccolo, ma ben tenuto, con dei pezzi davvero notevoli, tipo questi:




E ovviamente non potevano mancare i suonatori di marimba, il cui suono nei miei ricordi rimarra' per sempre legato a questa citta' dove ormai ci muoviamo con disinvoltura tra stazioni degli autobus e le strade affollate di bancarelle ad ogni ora del giorno.



Ieri invece abbiamo pensato di andare a prendere un po' d'aria di montagna, cosi' da Tapachula abbiamo preso un minibus per Cacahoacan e da li' un altro transporte collectivo che ci ha lasciato a Santo Domingo, un piccolo paese abbarbicato sulle pendici del vulcano Tacana' al confine con il Guatemala e famoso per la produzione di caffe'. La storia di questo villaggio e di quelli circostanti inizia alla fine dell'800 quando una cospicua comunita' di imprenditori tedeschi decise di trasferirsi qui e tentare la fortuna con le piante di caffe'. L'influenza alemanna rimane tutt'oggi non solo nei nomi delle varie aziende produttrici (per esempio Finca Hamburg), ma anche e soprattutto nello stile "architettonico" locale:




L'attrazione del luogo rimane comunque la grande Casa Braun costruita all'inizio del '900 dalla famiglia omonima e ora sede del minuscolo, ma interessante museo del caffe' e di un ottimo ristorante con vista panoramica. Pino Cacucci nel suo "La polvere del Messico" ci informa che il Signor Braun, proprietario di gran parte dei terreni circostanti, sarebbe in realta' il babbo di Eva Braun e sembra che ogni anno il 20 di aprile una schiera di aficionados si riunisca qui nella grande tenuta di famiglia per celebrare il compleanno di Hitler (non ho idea se questa tradizione continui tutt'ora o no, ma penso che anche se avessimo chiesto informazioni al gentilissimo metre, probabilmente non avremmo avuto fortuna con un argomento cosi' delicato).

La casa merita comunque una visita, e' stata ristrutturata rispettando il progetto originale e i pavimenti di legno sono quelli dell'epoca. E poi, prendere un caffe' o due tacos seduti in terrazza permette di ammirare il panorama e le infinite pianure intorno a Tapachula dove crescono centinaia di alberi di mango.




Santo Domingo in effetti e' davvero un paesino grazioso, cosi' tranquillo, immerso nella frescura e nel profumo dei fiori di caffe', che all'inizio avevamo scambiato per gelsomini... Passiamo quache ora passeggiando per le viuzze ritorte e compriamo giustamente un po' di caffe' appena macinato, mentre osserviamo i cortili dove i chicchi si stanno seccando lentamente.



Tornati a Puerto Chiapas abbiamo trovato un "ospite" ad attenderci sullo scafo di Damiana.



Povero pellicano... ha una zampina rotta e da qualche giorno sta sempre vicino alla barca, anche perche' tutti i pescetti si nascondono sotto Damiana all'ombra delle reti. Almeno riesce a pescare!
Siamo sicuri che lo troveremo la' anche stasera quando rientreremo!

In attesa di risentirci da Huatulco, vi abbraccio, a presto

giovedì 30 luglio 2009

Kuna Yala o Arcipelago de San Blas

Prima di postarvi il diario di bordo delle nostre tre settimane in Kuna Yala, ho pensato di raccogliere un po' di informazioni sulla storia di questo luogo e sulla sua gente. Vi dico inoltre che alcune delle foto in questo post le ho dovute "prendere in prestito" dal web, perche', anche se ci sarebbe tanto piaciuto, non abbiamo avuto occasione di fare dei ritratti alle persone: da quando i Kuna hanno scoperto che a Panama City vendono le cartoline con le loro fotografie, beh, da allora sono soliti chiedere ai turisti 1 dollaro per farsi fotografare. L'arcipelago di San Blas o Kuna Yala si estende per circa 80 miglia nautiche e comprende piu' di 300 isole, molte delle quali disabitate.



Questo e' il territorio dei Kuna, la piu' popolosa etnia autoctona del Centro America, che nel corso degli anni e' riuscita a mantenere piu' o meno intatte le tradizioni ancestrali e ad ottenere anche una sorta di indipendenza dal governo centrale di Panama nel 1925. Si stima che il numero di Kuna attualmente in Kuna Yala sia circa 55 mila, ossia circa un 10% del loro numero totale prima dell'arrivo degli Spagnoli. Gli antenati dei Kuna vivevano sulle montagne Darien nell'interno, ma a causa delle continue inondazioni e frane, iniziarono a spostarsi verso la costa e le isole vicine. Qui trovarono meno problemi di adattamento anche grazie alla minore presenza di animali selvatici e alla migliore protezione nei confronti delle tribu' nemiche. Nel XVI e XVII secolo i Kuna dovettero affrontare l'occupazione dei "conquistadores" spagnoli e le conseguenti epidemie e carestie, per questo, attorno al 1750 i Kuna divennero stranamente bellicosi e massacrarono gli invasori. Nel 1785 poi, venne firmato un trattato di pace con gli Spagnoli e da qui per il popolo Kuna inizio' il commercio delle noci di cocco. L'economia kuna infatti, e' tutt'oggi strettamente basata sulla coltivazione delle palme da cocco che crescono senza fatica sulle centinaia di isolette dell'arcipelago (peraltro e' proibito per un non-Kuna prendere dei cocchi, anche se sono caduti a terra, perche' ogni palma ha un suo proprietario). Le noci di cocco vengono poi vendute alle navi Colombiane che portano in Kuna Yala rifornimenti di base, come cibo in scatola, cipolle, patate, carburante e quant'altro. I Kuna pero' riescono ad esportare anche aragoste, granchi giganti e polipi che normalmente costituiscono buona parte della loro dieta quotidiana. Sulla costa hanno anche piccole coltivazioni di ananas e yucca con cui integrano i loro pasti composti per lo piu' da proteine.

La Comarca de Kuna Yala e' ora una nazione a se' stante all'interno dello Stato di Panama ed e' governata da tre caciques o alti capi, cosi' come ogni villaggio e' retto da tre sailas che detengono l'autorita' sulla comunita'. Nonostante cio', Kuna Yala e' una societa' matriarcale: le donne controllano il denaro e gli uomini si trasferiscono dalla famiglia della moglie dopo il matrimonio.


Le donne hanno anche il compito di guadagnare i soldi necessari alla comunita' vendendo le molas, ossia delle applique' per le camicette tradizionali, cucite utilizzando diversi strati (da 3 a 7) di tessuto di differenti colori. Ogni mola e' unico e richiede anche diversi mesi di lavoro, dipende sempre da quanto il disegno e' elaborato. Le tematiche rappresentate sono prese dalla vita quotidiana in Kuna Yala: animali del mare, fiori, uccelli tropicali, scene che raccontano la mitologia e la storia dei Kuna...


In realta' la tecnica per creare queste composizioni di stoffa venne introdotta nel XIX secolo dai missionari cristiani che insegnarono alle donne Kuna l'arte del ricamo e delle applique'. Cosi' i Kuna, utilizzando i disegni tradizionali che prima si tatuavano sul corpo, iniziarono a produrre le molas e ad avere cosi' una nuova fonte di sostentamento. La qualita' delle molas dipende pero' da molti fattori: quelle piu' antiche sono pregiate, cosi' come quelle a disegno geometrico tradizionale. Le molas di nuova generazione hanno solitamente pochi strati di tessuto, i punti sono fatti a macchina e i disegni variano le tematiche e le tecniche di rappresentazione.
I tipici villaggi kuna sono normalmente ben inseriti nel paesaggio: le capanne sono costruite con bambu' e foglie di palma e il pavimento e' di solito rialzato di circa 20 cm grazie ad un gradino di sabbia compattata.




Ogni villaggio ha poi due capanne piu' grandi: una e' il congreso, ossia il luogo dove gli abitanti si radunano per discutere quasi ogni sera; l'altra e' la chicha, dove si celebrano riti spirituali legati all'uso di una bevanda intossicante (la chicha appunto) che viene ricavata dalla canna da zucchero ed altri ingredienti. Questi rituali si svolgono un paio di volte all'anno sotto la guida dello sciamano (nele in Kuna) che utilizza la chicha anche per intraprendere il percorso che lo porta a viaggiare tra qui e l'aldila'. Ora i paesini sulla costa hanno per lo piu' abbandonato le antiche tecniche di costruzione e gli edifici sono in cemento dotati di elettricita'; solo sulle isole i villaggi mantengono il loro aspetto tradizionale, anche se la societa' sta cambiando velocemente. Le nuove generazioni infatti raramente vestono con i costumi tradizionali e sulle canoe scavate nei tronchi spesso si vedono motori fuoribordo anziche' remi. Certo la regione e' vasta e nella parte piu' a est, al confine con la Colombia, le tradizioni rimangono ben radicate, anche per via del minor numero di visitatori.

martedì 13 gennaio 2009

Copan (Honduras)

A pochi chilometri dal confine sud-est del Guatemala si trova la graziosa cittadina di Copan, in Honduras, che sorge proprio accanto alle rovine maya. Da Rio Dulce abbiamo preso un autobus diretto fino al punto di confine chiamato El Florido (6-7 ore circa) e poi da qui si prosegue con un piccolo van dopo aver sbrigato le formalita' di ingresso alla Migration hondurena.
Le rovine archeologiche di Copan sono considerate alcune tra le piu' interessanti del Centro America vista la presenza di moltissime iscrizioni e vista anche la portata dei ritrovamenti. Il parco archeologico non e' molto vasto, certo meno spettacolare di Tikal, ma in un certo senso forse piu' affascinante. Si tratta di poche strutture in parte ricostruite che rappresentavano il centro politico, culturale e religioso della comunita'. Cosi' qui troviamo un minuscolo campo per il gioco della pelota, il palazzo del re, uno stadio con gradinate per le adunate militari e civili e la spettacolare scalinata geroglifica che portava al tempio sede della classe sacerdotale. Ecco qui sotto il campo per il gioco della pelota e la scalinata con le iscrizioni coperta da un ampio telone per proteggerla dalla pioggia:




Il parco e' ben tenuto e passeggiare in mezzo alle rovine e' assolutamente rilassante cosi' come scalare le piramidi e godersi la vista dall'alto, proprio come avranno fatto a loro tempo i re della comunita'. Questa infatti fu una delle aree maya piu' attive fino al 1200 circa, secolo in cui la zona venne a poco a poco abbandonata a causa dell'eccessivo sfruttamento agricolo e delle continue inondazioni dovute all'erosione della valle. Nel 1576 Diego Garcia de Palacios al servizio della corona di Spagna riporto' di aver viaggiato attraverso la regione e di aver visto le rovine, ma queste rimasero sepolte nella giungla fino al 1839 anno in cui una spedizione di archeologi americani inizio' ad interessarsene.

Uno dei "pezzi forti" e' sicuramente l'altare Q, o altare dei 16 sovrani di Copan: si tratta di un blocco rettangolare di pietra sui cui lati sono scolpite 16 figure, quattro per ogni lato. Una delle prime ipotesi nell'interpretazione porto' a credere che le figure rappresentassero una riunione dei 16 migliori astronomi maya venuti a Copan da molto lontano per osservare un qualche fenomeno celeste. Piu' recentemente invece gli archeologi hanno pensato che le 16 figure in realta' stiano a rapppresentare i 16 sovrani di Copan, ipotesi confermata poi anche da altre fonti figurative. Qui sotto un particolare dell'altare:


Come a Tikal anche qui e' difficile contenere l'esplosiva natura della foresta pluviale e cosi' splendidi alberi crescono proprio sopra alle rovine creando scorci spettacolari.



Accanto al parco archeologico si trova anche un museo dove vengono conservate sculture, bassorilievi e alcune spettacolari strutture sepolcrali e abitative. A pochi chilometri da queste rovine sono state ritrovate infatti decine di tombe anche monumentali ricostruite per intero all'interno del museo.
Dopo aver passato l'intera mattinata alle rovine (anche se per una come me non sarebbe stata sufficiente una settimana...) abbiamo deciso di visitare un piccolo allevamento di farfalle. All'interno di una grande serra con le pareti di garza e zanzariera abbiamo potuto osservare da vicino decine di differenti tipi di farfalle, un'esperienza davvero pazzesca!







A qualche chilometro di distanza dall'allevamento di farfalle si trova un centro specializzato per la cura e l'aiuto degli uccelli tropicali, cosi' dopo una breve corsa su uno dei buffi taxi locali chiamati tuk tuk, niente meno che delle piccole ape car rosse, ci troviamo di nuovo immersi nella foresta tra una miriade di pappagalli e tucani. Peccato pero' che alcuni siano costretti nelle voliere.



Alla fine del giro e' possibile prendere confidenza con i volatili... eccone un esempio pratico! Aggiungo che tutti noi ci siamo sottoposti a tale "esposizione" e che uno dei tre pennuti e' riuscito persino a farmi un buco nella giacca con il suo becco aguzzo... chissa' probabilmente cercava del cibo!


Ed ecco per ultimo il nostro preferito, e' cosi' buffo con quel becco sproporzionato! Pero' anche molto tranquillo, tanto che si e' lasciato avvicinare senza paura per farsi fare un vero servizio fotografico! Bello il tucano, eh?

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