giovedì 30 luglio 2009

Kuna Yala o Arcipelago de San Blas

Prima di postarvi il diario di bordo delle nostre tre settimane in Kuna Yala, ho pensato di raccogliere un po' di informazioni sulla storia di questo luogo e sulla sua gente. Vi dico inoltre che alcune delle foto in questo post le ho dovute "prendere in prestito" dal web, perche', anche se ci sarebbe tanto piaciuto, non abbiamo avuto occasione di fare dei ritratti alle persone: da quando i Kuna hanno scoperto che a Panama City vendono le cartoline con le loro fotografie, beh, da allora sono soliti chiedere ai turisti 1 dollaro per farsi fotografare. L'arcipelago di San Blas o Kuna Yala si estende per circa 80 miglia nautiche e comprende piu' di 300 isole, molte delle quali disabitate.



Questo e' il territorio dei Kuna, la piu' popolosa etnia autoctona del Centro America, che nel corso degli anni e' riuscita a mantenere piu' o meno intatte le tradizioni ancestrali e ad ottenere anche una sorta di indipendenza dal governo centrale di Panama nel 1925. Si stima che il numero di Kuna attualmente in Kuna Yala sia circa 55 mila, ossia circa un 10% del loro numero totale prima dell'arrivo degli Spagnoli. Gli antenati dei Kuna vivevano sulle montagne Darien nell'interno, ma a causa delle continue inondazioni e frane, iniziarono a spostarsi verso la costa e le isole vicine. Qui trovarono meno problemi di adattamento anche grazie alla minore presenza di animali selvatici e alla migliore protezione nei confronti delle tribu' nemiche. Nel XVI e XVII secolo i Kuna dovettero affrontare l'occupazione dei "conquistadores" spagnoli e le conseguenti epidemie e carestie, per questo, attorno al 1750 i Kuna divennero stranamente bellicosi e massacrarono gli invasori. Nel 1785 poi, venne firmato un trattato di pace con gli Spagnoli e da qui per il popolo Kuna inizio' il commercio delle noci di cocco. L'economia kuna infatti, e' tutt'oggi strettamente basata sulla coltivazione delle palme da cocco che crescono senza fatica sulle centinaia di isolette dell'arcipelago (peraltro e' proibito per un non-Kuna prendere dei cocchi, anche se sono caduti a terra, perche' ogni palma ha un suo proprietario). Le noci di cocco vengono poi vendute alle navi Colombiane che portano in Kuna Yala rifornimenti di base, come cibo in scatola, cipolle, patate, carburante e quant'altro. I Kuna pero' riescono ad esportare anche aragoste, granchi giganti e polipi che normalmente costituiscono buona parte della loro dieta quotidiana. Sulla costa hanno anche piccole coltivazioni di ananas e yucca con cui integrano i loro pasti composti per lo piu' da proteine.

La Comarca de Kuna Yala e' ora una nazione a se' stante all'interno dello Stato di Panama ed e' governata da tre caciques o alti capi, cosi' come ogni villaggio e' retto da tre sailas che detengono l'autorita' sulla comunita'. Nonostante cio', Kuna Yala e' una societa' matriarcale: le donne controllano il denaro e gli uomini si trasferiscono dalla famiglia della moglie dopo il matrimonio.


Le donne hanno anche il compito di guadagnare i soldi necessari alla comunita' vendendo le molas, ossia delle applique' per le camicette tradizionali, cucite utilizzando diversi strati (da 3 a 7) di tessuto di differenti colori. Ogni mola e' unico e richiede anche diversi mesi di lavoro, dipende sempre da quanto il disegno e' elaborato. Le tematiche rappresentate sono prese dalla vita quotidiana in Kuna Yala: animali del mare, fiori, uccelli tropicali, scene che raccontano la mitologia e la storia dei Kuna...


In realta' la tecnica per creare queste composizioni di stoffa venne introdotta nel XIX secolo dai missionari cristiani che insegnarono alle donne Kuna l'arte del ricamo e delle applique'. Cosi' i Kuna, utilizzando i disegni tradizionali che prima si tatuavano sul corpo, iniziarono a produrre le molas e ad avere cosi' una nuova fonte di sostentamento. La qualita' delle molas dipende pero' da molti fattori: quelle piu' antiche sono pregiate, cosi' come quelle a disegno geometrico tradizionale. Le molas di nuova generazione hanno solitamente pochi strati di tessuto, i punti sono fatti a macchina e i disegni variano le tematiche e le tecniche di rappresentazione.
I tipici villaggi kuna sono normalmente ben inseriti nel paesaggio: le capanne sono costruite con bambu' e foglie di palma e il pavimento e' di solito rialzato di circa 20 cm grazie ad un gradino di sabbia compattata.




Ogni villaggio ha poi due capanne piu' grandi: una e' il congreso, ossia il luogo dove gli abitanti si radunano per discutere quasi ogni sera; l'altra e' la chicha, dove si celebrano riti spirituali legati all'uso di una bevanda intossicante (la chicha appunto) che viene ricavata dalla canna da zucchero ed altri ingredienti. Questi rituali si svolgono un paio di volte all'anno sotto la guida dello sciamano (nele in Kuna) che utilizza la chicha anche per intraprendere il percorso che lo porta a viaggiare tra qui e l'aldila'. Ora i paesini sulla costa hanno per lo piu' abbandonato le antiche tecniche di costruzione e gli edifici sono in cemento dotati di elettricita'; solo sulle isole i villaggi mantengono il loro aspetto tradizionale, anche se la societa' sta cambiando velocemente. Le nuove generazioni infatti raramente vestono con i costumi tradizionali e sulle canoe scavate nei tronchi spesso si vedono motori fuoribordo anziche' remi. Certo la regione e' vasta e nella parte piu' a est, al confine con la Colombia, le tradizioni rimangono ben radicate, anche per via del minor numero di visitatori.

sabato 25 luglio 2009

Bocas del Toro – El Porvenir (Arcipelago de San Blas o Kuna Yala), Panama


Carissimi,

dopo quasi due mesi lontani dalla cosiddetta civilta´, ho finalmente un po´di tempo e un internet point per aggiornarvi. Vi posto una parte del diario di bordo di queste settimane, quando sara´pronto vi postero´il seguito che per ora e´ancora in formato cartaceo nel log di bordo. A prestissimo, un abbraccio a tutti voi!




15 giugno 2009

Partenza da Bocas del Toro. Partiamo verso le 12.30 dopo aver passato la mattinata ad aggiustare il gps e il pilota automatico che proprio all’ultimo avevano deciso insieme di non voler funzionare. I ragazzi della marina ci aiutano ad uscire dall’intrico di moli tirandoci con delle lunghe cime. Ed ecco che finalmente siamo liberi e cosi’ ci facciamo un’oretta a motore per uscire dal canale di approccio visto che c’e’ molto traffico tra piccoli cayucos e pangas che sfrecciano di qua e di la’. Appena fuori , tiro su la randa e Fra apre il gennaker, abbiamo 6-7 nodi di vento, mare piatto e andiamo bene con una bolina larga a 50-60 gradi. Abbiamo deciso che proveremo ad evitare di navigare di notte in questa zona (quando possibile) visto che proprio durante la notte abbiamo urtato il tronco che ha danneggiato lo scafo destro di Damiana, cosi’ poco prima del tramonto buttiamo l’ancora ai Cayos Zapatillas, due piccole isolette non abitate, una delle mete piu’ frequentate dai turisti che visitano Bocas Del Toro.


Insieme a noi arrivano anche altre due barche che avevamo gia’ visto all’ancoraggio in paese. Non facciamo nemmeno in tempo a far settare l’ancora che subito arriva un omino su una panga che ci chiede 10 dollari a testa come “biglietto di ingresso” al parco nazionale dei Cayos Zapatillas, vabbe’, paghiamo e pensiamo che magari visto il prezzo ci fermeremo qui anche domani. Proviamo ad ascoltare con la radio ssb una frequenza dove dovrebbe esserci una net di italiani in barca a vela, ma non riusciamo a sentire nulla; comincio a pensare che sia la radio ad avere dei problemi. Per cena preparo una pasta con pomodoro fresco e olive, mentre Fra in pozzetto osserva le grosse nuvole nere che stanno arrivando con un bel venticello da sud. Mentre mangiamo al fresco in pozzetto, scopriamo di avere a bordo un piccolo geco che si nasconde impaurito dietro la timoneria… deve essere salito alla marina a Bocas, mannaggia ora lo dovremo catturare e lo dovremo far sbarcare prima o poi! Quando fa buio ci guardiamo un pezzetto di un film fino a che la batteria del pc non muore e poi usciamo in coperta a vedere le stelle.

16 giugno 2009

Cayos Zapatillas. Quando ci svegliamo verso le 7 piove forte con tuoni e nuvoloni neri da ogni lato. Decidiamo di aspettare un miglioramento e, nel mentre, raccogliamo acqua piovana per il serbatoio e per il bucato. In tarda mattinata il cielo si apre, cosi’ visto che ormai sarebbe troppo tardi per spostarsi, pensiamo che potremmo montare il barchino e andare a fare due passi a terra. Il mare e’ limpidissimo e calmo, la temperatura dell’acqua e’ 33 gradi, decisamente piu’ calda dell’aria che e’ solo, si fa per dire, a 29 gradi.




Facciamo a piedi il giro dell’isola e siamo un po’ delusi dalla quantita’ di spazzatura (plastica) che troviamo nella giungla e sulle spiagge… ma non doveva essere parco nazionale?? Il paesaggio comunque e´stupendo, ci voleva proprio un po´di sole dopo tutta la pioggia dei mesi passati! Ci godiamo la spiaggia deserta e facciamo un lungo bagno, il primo vero bagno da quando siamo arrivati a Panama due mesi fa ormai.




Verso le 2 del pomeriggio torniamo in barca cotti dal sole e facciamo un po’ di manutenzione ad una delle cime che servono per tirar su e giu la deriva che si sta un po’ sfaldando. Cambiamo anche il sistema per armare il gennaker facendo fare un percorso differente alla cima del punto di mura. E’ veramente molto caldo, cosi’ stiamo in pozzetto a prendere un po’ d’aria, quando si avvicina un dinghy da una delle altre barche e Wim, olandese, ci invita a bordo di Thetis per l’aperitivo. Ringraziamo con gioia e subito mi metto a preparare almeno una salsina con tonno e capperi visto che non abbiamo alcolici da offrire. Alle 17.30 siamo a bordo di Thetis e facciamo tardi in chiacchiere con il suo equipaggio. Quando torniamo a Damiana e’ talmente buio che quasi facciamo fatica a ritrovarla: non avevamo pensato di accendere la luce d’ancora in anticipo, nel caso in cui ci fossimo dilungati fin dopo il tramonto. Nella notte temporali e vento forte da sud-ovest, per fortuna l’ancora sembra ben piantata e l’allarme del gps non suona nemmeno una volta.



17 giugno 2009

Cayos Zapatillas. Quando ci svegliamo il cielo e’ se possibile ancora piu’ scuro del solito. Piove forte e gli strati di nuvole sono cosi’ spessi che proprio non si riesce ad intuire un miglioramento.

Accendiamo il motore per ricaricare le batterie, con questo tempo infatti il solare e il vento non sono riusciti a mantenerci in pari. Fra decide che e’ tempo di pulire il fondo di Damiana dalle alghe e dai denti di cane che con queste temperature crescono fittissimi e ogni 2-3 settimane al massimo bisogna passare la spatola. Cosi’ mentre lui fa lo scafo centrale io mi occupo dei laterali che hanno la chiglia meno profonda. Nel pomeriggio scendiamo a terra per una passeggiata, ma c’e’ parecchio vento e anche tirare il barchino in secco diventa una piccola impresa con i cavalloni che frangono (non parliamo poi di ripartire da riva…). Per cena stufato di fagioli borlotti con pomodoro. Nella notte temporali senza fine.



18 giugno 2009

Navigazione da Cayos Zapatillas alla Laguna Bluefield. Sveglia alle 7. Ascoltiamo la South-West Carribean Net per le previsioni del tempo e scopriamo che la nostra ssb ha definitivamente dei problemi, visto che con il piccolo ricevitore multi banda portatile sentiamo bene, mentre con il radiolone non riceviamo nulla. Pazienza, appena possibile dovremo farla vedere da un bravo tecnico, la radio e’ forse l’unica cosa che non siamo capaci di aggiustare da soli. Oggi e’ il compleanno di Fra, cosi’ il capitano decide di partire anche se il tempo non e’ proprio ottimale e verso le 9 siamo a vela con vento leggero (5-10) da ovest che ci spinge proprio nella direzione giusta (una volta tanto!). Vediamo dei tronchi enormi tra le onde e facciamo appena in tempo a schivarne uno, prima che ci finisca sotto lo scafo centrale, brr. Dopo 3 ore di navigazione ci ancoriamo in una baia della grande laguna Bluefield, il vento ora e’ aumentato e sta iniziando a piovere di nuovo. Molti pescatori ci salutano dai loro cayucos.





Fra si butta in acqua e va a controllare l’ancora, mentre io gli preparo una torta di compleanno. Verso le 15 la torta e il pane sono pronti, cosi’ ci riposiamo un po’ in attesa della cena. Verso le 16 arrivano due cayucos: compriamo un grosso ananas e un’aragosta per pochi dollari e facciamo due chiacchiere con i pescatori che rimangono colpiti da Damiana e ci dicono che sembra un aeroplano! Cosi’ per cena abbiamo aragosta, un avanzo di fagioli stufati e pure’ di patate, il tutto innaffiato per l’occasione con un ottimo vino rosato e ovviamente la crostata per dessert.



Mentre ci gustiamo il dolce in pozzetto scopriamo di avere un altro minuscolissimo geco come clandestino! Ora ne abbiamo due da catturare e far scendere nei prossimi scali! Nella notte piove a dirotto, tanto che per il rumore ci svegliamo piu’ volte e raccogliamo piu’ di 30 litri di acqua.



19 giugno 2009
Navigazione dalla Laguna Bluefield verso Isola Escudo de Veragua. Al mattino il cielo non promette nulla di buono, il mare e’ grigio, le nuvole nere. Non c’e’ luce per niente, cosi’ i pannelli solari non caricano nulla. Decidiamo di partire lo stesso e facciamo un lungo giro a motore per uscire dalle barriere coralline che circondano la laguna (tanto avremo dovuto accenderlo comunque per caricare le batterie); quando e’ il momento di tirar su le vele il vento e’ scarso, nemmeno 10 nodi, ma per fortuna siamo di lasco a 120-130 gradi, cosi’ riusciamo ad andare anche a 5-6 nodi di velocita’ su un mare liscio come l’olio. Putroppo il vento e’ molto variabile, cosi’ ci diamo un gran daffare per mantenere Damiana in rotta e non farla strambare. Quando mancano 15 miglia nautiche all’isola Escudo de Veragua il vento inizia a girare e ora siamo di bolina.

Alle 16 ci ancoriamo di fronte alla spiaggia sud dell’isola e ce ne stiamo in pozzetto a far due chiacchiere. Poco dopo arriva un cayuco con a bordo Mauricio, che si presenta come “capo” e “politico” dell’isola; ci mostra tutta una serie di depliant informativi sulle bellezze del luogo e ci chiede 20 dollari come pedaggio, visto che anche qui sarebbe parco nazionale. Ci chiede poi degli ami e del filo da pesca, promettendoci in cambio noci di cocco e pesce per domani. Un po’ diffidenti gli regaliamo una decina di ami e un rocchetto di filo, speriamo bene. Mauricio prova poi a chiederci delle penne, delle birre, delle bibite e quant’altro nella sua immaginazione noi potremmo avere a bordo, ma putroppo non abbiamo nulla di quello che desidera, cosi’ ci dice che tornera’ domani per fare due chiacchiere. Per cena zucchine trifolate e scaloppine al limone con un bicchiere di vino avanzato da ieri. Nella notte il vento gira da sud, cosi’ ora non siamo piu’ riparati dall’isola, ma per fortuna, avendo tre scafi, non rolliamo quasi per niente anche con quest’ondetta scomposta.



20 giugno 2009

Isla Escudo de Veragua. Ci svegliamo alle 8 e fuori finalmente c’e’ un po’ di sole. Francesco decide di fare un accurato controllo del motore, mentre io metto a posto la cucina e la dispensa e stendo al sole la roba umida dei giorni scorsi. Montiamo il piccolo motore fuoribordo sul barchino e andiamo a fare un lungo giro intorno all’isola.






Verso mezzogiorno tiriamo il dinghy in spiaggia e ci mettiamo a passeggiare sul bagnasciuga un po’ delusi dalla plastica che si trova ovunque, malgrado i 20 dollari che ogni veliero paga per la “limpieza de la playa”.



Vediamo anche la carcassa di una grossa tartaruga spiaggiata. Dopo qualche ora facciamo un bel bagno rinfrescante, oggi il sole picchia forte e, malgrado l’acqua sia a 33 gradi, e’ comunque un bel refrigerio. Quando saliamo sul dinghy per tornare su Damiana, il motore fuoribordo non ne vuole sapere di ripartire, cosi’ prendiamo i remi (e uno dei due si rompe nel tragitto… oggi proprio non ne va bene una!). Tornati in barca svuotiamo il serbatoio del motorino e vediamo che la benzina contiene un po’ d’acqua, ecco perche’ non funzionava! Passiamo il resto del pomeriggio a filtrare tutta la benzina delle tanichette e ad aggiustare il remo malandato e per merenda ci aspetta una grossa fetta d’anguria (fresca! Che lusso!). Francesco si mette ad aggiustare la levetta per tenere il fuoribordo alzato, lavoro che si rimandava da tempo, e mentre lui “smartella” in pozzetto, io leggo un po’. Al tramonto torna Mauricio con il suo cayuco e ci porta due tonnetti e quattro grosse noci di cocco. Gli faccio notare che la spiaggia e’ ricoperta di spazzatura e lui mi dice che ogni tanto si’ la pulisce, ma con la plastica non c’e’ controllo, nel senso che non fa in tempo a raccoglierla che altrettanta ne arriva dal mare. E non stentiamo a crederci purtroppo. Stiamo in chiacchiere per un’oretta e Mauricio curioso ci fa un sacco di domande, vuole sapere da quanto tempo siamo sposati, quando abbiamo comprato la barca e soprattutto perche’ tanti americani vengono a vivere a Panama, chissa’. Gli regaliamo l’ultimo grosso pezzo di torta e i suoi figli che se ne stanno in silenzio seduti a prua sorridono felici. Per cena linguine con acciughe e zenzero. Il pesce che ci ha regalato Mauricio lo mettiamo in freezer perche’ ormai e’ troppo buio per cucinarlo. Nella notte piove a dirotto con tuoni fortissimi.



21 giugno 2009

Isla Escudo de Veragua. Alle 7 quando ci svegliamo diluvia ancora. Passiamo la mattinata leggendo aspettando che la pioggia ci dia una tregua. Accendiamo il motore per ricaricare le batterie. La pioggia continua incessante. Raccogliamo piu’ di 50 litri di acqua piovana per il serbatoio. Nel primo pomeriggio decidiamo di tirar su il dinghy su una delle reti per evitargli troppo stress con le onde: l’ancoraggio e’ esposto a sud e il vento viene proprio da li’, quindi si e’ formata un’ondetta fastidiosa che riesce anche a farci ballare un po’. Colgo l’occasione per aprire la stiva di prua e tirar fuori delle nuove provviste. Nel gavone di prua infatti abbiamo viveri per 3-4 mesi e periodicamente vanno ispezionati e va aggiornato l’inventario per poter poi ricomprare quello che e’ stato consumato. Verso le 16 il tempo sembra migliorare, ma ormai l’onda e’ formata e per tutta la sera andiam su e giu’. Per cena carote, chayote (zucca) e patate alla julienne con i due tonnetti di Mauricio, buonissimi. Alle 8 siamo gia’ a letto.


22 giugno 2009
Isla Escudo de Veragua. Sveglia alle 7, il tempo non e’ cambiato: nuvoloni neri da ogni parte e pioggia costante. Come se non bastasse io ho pure un attacco di emicrania. Cosi’ Francesco accende il motore per caricare le batterie e verso le 11 decidiamo di andare a terra per salutare Mauricio, vorremmo infatti partire domani. Purtroppo non riusciamo a trovarlo, ma incontriamo quattro ragazzi (due americani e due tedesche) in esplorazione che ci invitano a cena con loro sulla spiaggia. Ringraziamo con gioia, ma non sappiamo se riusciranno a tornare dal loro giro prima del tramonto, vedremo. Tornati alla barca il vento muore ed esplode il caldo. Francesco fa il bagno e scopre che abbiamo tutta una serie di “lumacotti” che si arrampicano su per gli scafi. Visto che non piove piu’ mi metto a pulire il pozzetto e a far asciugare la montagna di cime umide che stanno addirittura iniziando a fare la muffa. Per cena fusilli con pomodoro fresco, olive e capperi. Dopo cena stiamo in pozzetto nel buio della notte e sentiamo dei rumori come di “pinnate” sull’acqua. Inizialmente pensiamo ad un delfino, ma poi ci sembra piu’ verosimile l’ipotesi di una tartaruga, cmq non riusciamo a vedere nulla, cosi’ andiamo a letto pensando alle testuggini intorno a noi.


23 giugno 2009 – 24 giugno 2009

Navigazione da Isla Escudo de Veragua verso Portobelo. Partiamo alle 8.30 e Francesco deve aiutarmi a salpare l’ancora perche’ con il ventaccio dei giorni scorsi si e’ insabbiata cosi’ bene che non ne vuol sapere di staccarsi dal fondo. Per tutta la mattinata non abbiamo vento, cosi’ andiamo alla deriva e non riusciamo a fare che una decina di miglia. Poi, verso mezzogiorno, il vento cambia per via dell’inversione termica e con 10-12 nodi di bolina a 50 gradi andiamo veloci con una media di 7-8 nodi. Inoltre questa arietta e’ cosi’ piacevole visto che ci ristora dal gran sole. Vediamo una tartaruga da lontano, ma si inabissa quasi subito spaventata dalla barca. Il mare e’ piatto e si va molto bene, senza spruzzi ne’ onde improvvise, pero’ continuiamo ad essere un po’ in apprensione per i tronchi che vediamo galleggiare qui e la’. Al tramonto il vento crolla e ci lascia un paio d’ore alla deriva. Per cena Francesco prepara degli spaghetti alla carbonara e alle 18 io me ne vado a letto lasciandolo in pozzetto ad aspettare un po’ di brezza. Dopo nemmeno un’ora il Capitano mi sveglia perche’ c’e’ uno strano aereo con dei fari che vola bassissimo e ogni tanto illumina anche noi, mai visto nulla del genere. Francesco sostiene sia una pattuglia anti-trafficanti, ma non ne siamo sicuri. Torno a letto, ma dopo nemmeno due ore Francesco mi sveglia di nuovo perche’ il vento e’ aumentato parecchio e bisogna terzarolare. Cosi’ mentre mi do da fare per tirar giu’ la randa e ridurre il genoa, Fra rimette Damiana in rotta e siamo di bolina stretta con un vento che porta via, anche se in realta’ sono solo 17 nodi, ma si sentono tutti. Come se non bastasse inizia a piovere, ma visto che il mio compito e’ terminato provo a tornare sottocoperta per un ultimo sonnellino prima del mio turno. Francesco sta sveglio fino alle 2, poi mi chiama. Il vento ora e’ leggero (5-10) e costante, cosi’ riesco a tenere Damiana in rotta e verso l’alba gira completamente, cosi’ ora siamo di gran lasco e in lontananza si intravede il porto di Colon, con le molte navi cargo ancorate di fronte.


Alle prime luci quindi chiudo il genoa ed apro il gennaker dopo aver tirato su la randa che per precauzione avevamo deciso di tenere terzarolata durante la notte nel caso di un altro temporale improvviso. Alle 6.30 Francesco e’ gia’ sveglio, cosi’ lo lascio fare colazione con calma mentre continuo il mio turno fino alle 8. Vediamo uno sparuto branco di delfini in lontananza, sono i primi dopo tanto tempo, pensare che in Pacifico ne vedevamo decine ogni giorno. Il vento e’ leggero (5 nodi) ma di lasco andiamo bene e a mezzogiorno siamo proprio di fronte a Colon. Purtroppo pero’ il vento crolla del tutto, cosi’ dopo esser stati per un paio d’ore alla deriva, decidiamo di accendere il motore per un po’ giusto per riuscire ad arrivare a Portobelo prima del tramonto (mancherebbero meno di 20 miglia nautiche alla nostra destinazione). Dopo un’oretta fortunatamente il vento torna, cosi’ spegnamo il motore e apriamo il genoa: siamo di bolina a 60 gradi, velocita’ 6 nodi. Siamo proprio di fronte all’imboccatura del porto di Portobelo a circa 4 miglia, quando uno scroscio di pioggia pazzesco ci avvolge completamente. Il vento aumenta in un attimo e ci lascia giusto il tempo di tirar giu’ le vele prima di essere completamente travolti dal turbine. La visibilita’ e’ zero, la costa che, fino ad un attimo prima, stava li’ davanti a noi, ora e’ avvolta nella foschia e non riusciamo proprio piu’ a distinguere nulla. Poco male, seguiamo la rotta e ci affidiamo al gps, che una volta tanto ci viene in aiuto andando pianino con il motore. I tuoni sono fortissimi e un fulmine cade a poche centinaia di meri da Damiana con un lampo di luce abbagliante. Rimaniamo in silenzio un po’ storditi dallo spavento e ci affidiamo a qualche dio dei naviganti perche’ ci faccia uscire dal temporale indenni. Una decina di minuti piu’ tardi la pioggia sembra diminuire e il profilo della costa si intuisce in lontananza, siamo quasi fuori e quasi arrivati finalmente. La baia di Portobelo e’ grande e ben protetta, ci sono altre 6 barche a vela alla fonda e qualche peschereccio. Ci ancoriamo vicino al paese in qualche metro d’acqua.

Abbiamo ancora un’oretta di luce e una marea di cose da fare; malgrado le cerate siamo belli fradici, la quantita’ di pioggia e’ stata davvero impressionante, cosi’ mentre il Capitano stende i vestiti umidi in coperta, io preparo da mangiare. Per cena abbiamo filetto di manzo con patate e zucchine al vapore. Siamo molto stanchi, ma ancora un po’tesi per il temporale di prima, cosi’ facciamo fatica ad addormentarci e stiamo qualche ora in pozzetto a veder passare le auto sulla strada costiera.


25 giugno 2009

Portobelo. Sveglia alle 7. Il cielo e’ sempre coperto, cosi’ accendiamo un pochino il motore per caricare le batterie, uff. Francesco si mette a studiare il manuale del motore, mentre io faccio dei piani di navigazione per i giorni futuri con i possibili scali e diverse possibili rotte. Decidiamo di prenderci una giornata di pausa e fare i turisti oggi, cosi’ scendiamo a terra e andiamo a visitare i resti dei fortini spagnoli. Il luogo fu scoperto da Cristoforo Colombo nel suo viaggio del 1502 e per i 200 anni successivi fu il porto Spagnolo piu’ importante del Centro America: da qui sono transitate tonnellate di oro e altri tesori provenienti dal Peru e dall’Oriente, tesori che venivano sbarcati nel Pacifico a Panama City e poi trasportati a dorso di mulo verso questo lato, a Portobelo appunto, per essere caricati su altre navi e raggiungere l’Europa.




Portobelo fu pero’ distrutto nel 1739 dagli Inglesi, cosi’ gli Spagnoli abbandonarono la rotta commerciale centro-americana ed iniziarono a navigare verso sud, passando da Capo Horn per mantenere i contatti con il Sud-America occidentale. Ancora oggi rimangono parecchie tracce del suo glorioso passato nei fortini spagnoli di San Jeronimo e Santiago che sorgono proprio ai lati del paesino.



Dopo aver passeggiato all’interno dei fortini per qualche ora andiamo ad ispezionare i negozi di alimentari e scopriamo con disappunto che non vendono verdura fresca, l’unica cosa di cui avevamo davvero bisogno. L’unica soluzione e’ prendere un autobus e andare a Colon a fare la spesa, ma ci penseremo domani perche’ ormai e’ troppo tardi per muoversi. Cosi’ prendiamo il barchino e andiamo a remi dall’altro lato della baia dove si trova il fuerte San Fernando, che e’anche quello di piu’ recente costruzione. Anche se il cielo e’ coperto fa molto caldo e quando torniamo alla barca siamo spossati, forse un po’ disidratati. Apriamo un cocco in pozzetto e poi ci mettiamo a fare i soliti lavoretti di manutenzione necessari e dopotutto piacevoli. Per cena pane fatto in barca, frittata al forno con fagiolini e formaggio.


26 giugno 2009
Portobelo. Sveglia alle 6.30. Fuori e’ sereno, ma per noi oggi e’ giornata di viaggi: andiamo a Colon in autobus per fare provviste. Cosi’ lasciamo il barchino ormeggiato al molo pubblico e alle 8 siamo alla stazione dove il nostro autobus coloratissimo con il suo autista Antonio stanno gia’ aspettando. La corsa fino a Colon costa 1 dollaro, sono circa 40 Km e ci vogliono 2 ore per coprire la distanza, anche per via delle molte fermate a richiesta! Gli autobus sono pazzescamente belli: si tratta di vecchi scuolabus (probabilmente americani) ridipinti con graffiti a tema a seconda delle preferenze dell’autista, il cui nome troneggia in grassetto sulle due fiancate. All’interno poi sono spettacolari: decorazioni colorate ovunque e piume tipo boa color porpora che svolazzano qui e la’ con il vento che entra dai finestrini rigorosamente tutti aperti.
Cosi’ verso le 10 siamo alle porte di Colon di fronte ad un grande centro commerciale dove ci hanno detto che possiamo trovare ogni cosa. Compriamo due ceste di verdura, un po’ di carne e qualche confezione di pasta con marca italiana. Alle 12 siamo pronti per tornare a Portobelo e l’autobus non si fa nemmeno attendere troppo: ora il guidatore e’ Gabriel e, se possibile, qui ci sono ancora piu’ piume che nel precedente, senza contare la musica caraibica a tutto volume. Dopo due ore siamo di nuovo in barca ed ora dobbiamo stivare tutta la roba che abbiamo comprato. Dopo un’oretta torniamo in paese con il barchino per comprare le ultime cose: uova, farina, patate e qualche birretta fresca per la cena. Nonostante il caldo (sottocoperta ci sono quasi 33 gradi) ci mangiamo una bella porzione di spezzatino di manzo con le patate e poi ce ne andiamo in pozzetto ad aspettare le stelle.


27 giugno 2009

Navigazione da Portobelo all’Isla Linton. Partiamo verso le 10. Francesco fa un ultimo salto in paese per comprare un paio di cose che ci eravamo dimenticati, poi issiamo il barchino su una delle reti e salpo l’ancora senza bisogno del verricello (non c’e’ vento per niente oggi). La prossima tappa dista solo 6 m/n, ma visto che appunto il vento stenta a farsi sentire, ci arriveremo solo verso le 14.30. Buttiamo l’ancora in 13 metri d’acqua, che per noi e’ una bella profondita’ visto che di solito ancoriamo in 3-4 metri. L’ancoraggio e’ affollatissimo, ci saranno piu’ di 20 barche, anche se la maggior parte sembrano chiuse gia’ da tempo.


Proprio di fianco a noi c’e’ una barca con bandiera italiana, di nome fa Aquileia e la targa e’ genovese, ma anche questa sembra chiusa, in ogni caso il dinghy non e’ a bordo, cosi’ aspettiamo il suo equipaggio emozionati perche’ sarebbe la prima volta che incontriamo degli altri giramondo italiani. Il cielo si e’ rasserenato un po’ ed ora c’e’ pure un po’ si sole. Per cena ci mangiamo un avanzo di spezzatino e poi stiamo in pozzetto fino a che fa buio ascoltando strani versi di uccelli dalla giungla. L’equipaggio di Aquileia ancora non si vede, probabilmente avranno lasciato la barca all’ancora qui per qualche giorno, chissa’.



28 giugno 2009
Navigazione da Isla Linton verso Nombre de Dios. Sveglia alle 7. Anche se il tempo e la mia emicrania non promettono nulla di buono, il Capitano decide che partiamo lo stesso. Il vento e’ pressoche’ nullo e ci sono degli ondoni lunghi alti alti che ci fanno andare su e giu’ come da enormi pacifiche colline. Il prossimo ancoraggio e’ davvero molto vicino, cosi’ visto che dobbiamo caricare le batterie ci andiamo a motore. Dopo nemmeno un’oretta siamo ancorati a Nombre de Dios, il porto che gli Spagnoli utilizzavano prima che Colombo scoprisse la baia di Portobelo. Qui non c’e’ nessuno, la protezione dall’onda e’ ottima, unica nota negativa il cielo scuro e minaccioso. Vorremmo scendere a terra per una passeggiata prima che piova, cosi’ aggiustiamo un remo che si era rotto (di nuovo) e dopo pochi minuti siamo in spiaggia che anche qui e’ coperta di spazzatura (sempre plastica).


Il paesino e’ grazioso, ma la maggior parte delle case sembrano abbandonate o chiuse. Ci compriamo una bibita fresca nell’unico negozietto aperto (ovviamente cinese) e poi corriamo in barca perche’ sta per scatenarsi un temporale di quelli seri. Facciamo appena in tempo a tirare su il barchino che inizia lo scroscio. Francesco decide cosi’ di accendere il forno per fare il pane e una focaccia con prosciutto e simil-mozzarella che mangeremo per cena. Io raccolgo acqua piovana. Al tramonto la pioggia ci lascia un po’ di tregua cosi’ ci godiamo la focaccia e un’abbondante porzione di broccolo saltato nel sugo avanzato dallo spezzatino. Nella notte sentiamo degli strani rumori provenire dallo scafo: un po’ preoccupati cerchiamo di capire di che si tratta, ma non ci riusciremo. L’ipotesi piu’ verosimile e’ che si trattasse di migliaia di gamberetti o cicale di mare che per qualche ora ci hanno letteralmente avvolto. Alle 9 improvvisamente se ne andranno lasciandoci increduli e ancora storditi dal rimbombo sottocoperta.



29 giugno 2009

Navigazione da Nombre de Dios verso El Porvenir (Kuna Yala – San Blas). Sveglia alle 6.30. Partiamo presto con una brezza da sud che ci fa andare di lasco fino in tarda mattinata ad una media di 5 nodi. Per l’ora di pranzo saremmo di fronte a Puerto Escribanos, ma solo dopo aver tirato giu’ le vele ci accorgiamo che l’entrata della laguna e’ veramente stretta e circondata da barriere coralline frangenti… a malincuore decidiamo che e’ meglio proseguire, cosi’ tiro su di nuovo la randa, Francesco apre il genoa ed ora siamo di bolina stretta a 30 gradi con un vento di 15 nodi. Andiamo piuttosto veloci, a volte abbiamo delle punte di 8-9 nodi di velocita’, cosi’ in due ore siamo arrivati al porto d’entrata dell’Arcipelago delle San Blas: El Porvenir.


Dobbiamo ammettere che il canale d’entrata tra le barriere ci ha dato un po’ di difficolta’ ad essere individuato, ma per fortuna tutto va per il meglio e ci ancoriamo di fronte alla spiaggia vicino ad altre 5 barche. Francesco si butta subito in acqua per rinfrescarsi e, mentre io metto in ordine sottocoperta, compra un grosso tonno da un pescatore per due dollari. Che bello! Ci mettiamo su uno scafo laterale a pulirlo e sfilettarlo. Per cena sashimi di tonno con salsa di soia e cavolfiore al vapore. Ci sediamo in pozzetto a goderci il tramonto e alle 8 siamo gia’ nel mondo dei sogni.

giovedì 14 maggio 2009

Vivere in barca: il nostro primo anno su Damiana

E' passato ormai un anno da quando Damiana e' diventata la nostra nuova casa e vorremmo celebrare quest'occasione raccontandone la storia e descrivendo come, nel corso di questo periodo, l’abbiamo adattata alle nostre esigenze di crocieristi.

Nel 1983, Damiana fu commissionata dal velista Michael Reppy a Jhon Shuttleworth, quale versione ridotta a 42 piedi rispetto al trimarano da 65 piedi Brittany Ferries GB


realizzato dallo stesso progettista e detentore del record per la traversata dell’Atlantico in solitario nel 1981. Questa storia e’ raccontata in inglese qui. Successivamente, nel 1990 Damiana fu acquistata da Erick e Kathleen che l’hanno accudita per 18 anni partecipando ad alcune regate in Florida e nel Mar dei Caraibi.

Noi la prima volta che l'abbiamo vista dal vero e non in foto su yachtworld.com, ci siamo entusiasmati ancor di piu', pero' abbiamo dovuto immediatamente cominciare a fare i conti con le modifiche da apportarle per renderla un' imbarcazione adatta per viverci in crociera. Damiana infatti, non era stata concepita per essere una comoda abitazione galleggiante, anche se lo spazio al suo interno non e' poi cosi' ristretto (per essere un trimarano intendiamoci; un monoscafo della stessa lunghezza e' molto, ma molto piu' confortevole e ampio). Comunque erano parecchi anni che Damiana non veniva utilizzata per viverci e navigare a tempo pieno, (solo Reppy ci fece crociera per tre anni alla fine degli anni 80), cosi' diciamo che mancavano tutta una serie di accorgimenti sia tecnici, che abitativi.

Per quanto riguarda la strumentazione di bordo, Damiana era gia' ampiamente corredata di ogni gingillo elettronico, noi non abbiamo fatto altro che portarci dietro il nostro vecchio GPS Garmin 162 e il sestante, per il resto la strumentazione era a posto. L'unica vera modifica e' stata la costruzione di una struttura di alluminio da installare a poppa per ospitare il radar ed un generatore eolico Rutland 913 che abbiamo selezionato sulla base della sua robustezza e soprattutto della sua silenziosita’. In realta' nei due anni di crociera con Capitan Kaos il radar l'avremo usato si e no tre volte, sempre in situazioni di nebbia fittissima, ma, visto che Damiana non ne possedeva uno, abbiamo deciso di portarlo con noi! Per quanto riguarda il generatore a vento, precedentemente avevamo fatto affidamento solo su energia fotovoltaica e la necessita’ di una fonte alternativa ci si era presentata piu’ volte durante le giornate nuvolose.
Cosi' a Fort Myers in Florida abbiamo trovato Ken, un "artista dell'alluminio" che in due settimane ci ha disegnato e confezionato la torre di poppa e ha provveduto anche alla sua installazione. Ken lavora a bordo di un grosso barcone di metallo dove ha il suo laboratorio di saldatura e il suo lavoro e' stato veloce ed eseguito a regola d'arte, visto che dovevamo lasciare la Florida prima che la stagione degli uragani diventasse inaffrontabile. Poi questa e' anche l'unica modifica per cui non siamo riusciti ad arrangiarci da soli e lavorare con Ken e' stato un piacere.


Per immagazzinare energia elettrica Damiana era dotata di due banchi di batterie da 100 ampere che abbiamo immediatamente raddoppiato utilizzando le batterie supplementari di Capitan Kaos, da cui abbiamo anche rilevato i quattro pannelli solari flessibili (Unisolar FLX-32) ed il loro controllore di carica (BZ Products MPPT 250) a cui sono stati anche connessi i quattro pannelli rigidi gia’ presenti su Damiana. Ora con energia eolica e solare siamo praticamente autosufficienti e riusciamo a ricaricare ogni giorno quello che consumiamo; naturalmente pero', siamo dipendenti dalle condizioni atmosferiche, per esempio qui a Bocas del Toro con tutta questa pioggia e zero vento siamo stati costretti ogni tanto ad accendere il motore per qualche ora... purtroppo.


Altra tappa fondamentale nella preparazione di Damiana riguarda sicuramente l'ancora. Rispetto all’ancora d’alluminio di Capitan Kaos (Spade), quella di ghisa di Damiana (Delta) pesa il triplo (circa 20 Kg) e l’assenza sia di un rullo getta-ancora, sia di un argano salpa ancore ci ha indotto ad installarli poiche’ senza di essi alla lunga si puo’ rischiare di farsi male alla schiena. Le forze in gioco sono molto maggiori, non solo per via dell’ancora piu’ pesante, ma anche per via della maggior quantita’ di catena e soprattutto per via del peso del vascello (4 tonnellate) il quadruplo di quello a cui eravamo abituati. Mentre prima riuscivo a salpare l'ancora sempre a braccia, ora e’ plausibile solo in condizioni atmosferiche ideali con venti deboli e mare calmo, altrimenti l’argano (Lofran, Royal Manual) diventa indispensabile.


Abbiamo optato per un modello manuale poiche’ quelli elettrici si rompono facilmente. Inoltre e’ nostra filosofia, quando possibile, optare per la soluzione manuale (non elettrica) per qualsiasi dispositivo od utensile; certo e' necessario un po' di tempo in piu' per fare le cose, ma in questo modo riusciamo a conservare energia preziosa e magari utilizzarla per altri scopi, come usare il computer o vedere un film alla sera.

Per quanto riguarda gli "interni", dopo i due anni di dura “gavetta” condotta su Capitan Kaos, (27 piedi e descrivibile quale barca/campeggio per la sua scomodita’) avevamo le idee chiare su quello che ritenevamo essenziale per migliorare la nostra qualita’ della vita.
Difatti abbiamo iniziato dal …letto! Si, perche’ su Capitan Kaos, come in una piccola rulotte dovevamo montare e smontare il letto ogni giorno, cosi’ passare ad uno vero a due piazze era uno dei nostri sogni. Inoltre, riposare bene e’ fondamentale in navigazione: poche ore di sonno "ben dormite" possono cambiare l'andamento della giornata. Damiana all'inizio aveva un letto principale ad una piazza e mezza ed il nostro primo progetto e’ stato quello di ampliarlo e di dotarlo di un materasso ortopedico TempurPedic.


Appesa al "soffitto" poi, ho cucito una zanzariera a maglia finissima, che in Florida e Guatemala e' stata provvidenziale per difenderci dalle no-see ums (pappataci o sand fly).

Per quanto riguarda la cucina, Damiana, come la stragrande maggioranza delle imbarcazioni, era dotata di un fornello/forno a propano, ma abbiamo deciso di sostituirlo con una cucina ad alcool, uguale a quella che avevamo precedentemente, con l’aggiunta pero’ del forno (Origo 6000). Questo non solo perche’ abbiamo visto i resti di vascelli saltati in aria a causa del propano, ma anche perche’ abbiamo conosciuto una signora svizzera sopravvissuta all’esplosione della sua barca, incidente in cui suo marito e suo figlio hanno perso la vita. Cosi’ abbiamo smontato la vecchia cucina e un rottamaio ce l'ha addirittura comprata per 6 dollari. A parte la maggiore sicurezza, l’alcool viene prodotto per fermentazione e non estratto dal sottosuolo come il propano ed e’ quindi una fonte di energia rinnovabile, anche se e’ meno facile da reperire (per questo ce ne portiamo dietro una scorta di 50 litri). Pero', proprio perche’ brucia meno violentemente del propano, l’alcool richiede un pochino di tempo in piu’ per cucinare, ma basta farci l'abitudine.


Sempre parlando di "cucina" Damiana non era dotata di impianto di refrigerazione, ma solo di una semplice ghiacciaia posta sotto il tavolo da carteggio.

Siccome le unita’ termo-elettriche utilizzate su Capitan Kaos avevano dimostrato seri limiti e l’idea di installare un sistema a compressore ci sembrava poco pratico, visto lo spazio a disposizione, abbiamo optato per un frigo/freezer portatile ad alta efficienza (Engel MT45F-U1) che avevamo visto a bordo di un trimarano di amici.

Le sue dimensioni ci hanno consentito di sistemarlo perfettamente in un vano del bagno, altrimenti inutilizzato. Viene tenuto ad una temperatura di -10 gradi e lo spazio di 45 litri e’ parzialmente occupato da gruppi di elementi refrigeranti (di quelli che servono per le borse frigo per intenderci) che con rotazione giornaliera vanno a raffreddare la ghiacciaia. Il resto dello spazio e’ per surgelare cibo di riserva o il pesce da noi stessi pescato, cosi’ ora non siamo piu’ costretti a sprecarne o a cucinarlo tutto immediatamente per non farlo andare a male, come facevamo su Capitan Kaos.

Queste modifiche sono state ultimate in tre settimane, nel luglio 2008, prima di salpare per il Guatemala in vista dell'inasprimento della stagione degli uragani. Certo le cose che ci piacerebbe mettere a posto sono ancora molte, diciamo che siamo ancora un po' "accampati", ma con il tempo e senza fretta sono sicura che riusciremo a sistemare tutto. Il merito di tutte queste nuove comodità va certamente a Francesco che ha progettato e pensato tutte le soluzioni tecniche per la sua adorata barchina, io mi sono limitata ad appesantirla con qualche cassa di libri che naturalmente già non mi bastano più... a volte sento proprio la mancanza della vita terrestre... senza contare che il clima qui a Panama non aiuta certo ad apprezzare la vita a bordo, smetterà di piovere prima o poi?

In attesa di riprendere il mare vi abbraccio,


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